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Cop15 Copenaghen
È tutto pronto al Bella Centre di Copenaghen, dove da oggi avrà il via il Summit mondiale sul Clima delle Nazioni Unite, il vertice il cui scopo è salvare le sorti del Pianeta. 5.000 giornalisti, 30.000 delegati, 80.000 osservatori e 105 capi di stato resteranno chiusi in questa enorme struttura per 11 giorni, mentre tutto il mondo avrà gli occhi puntati sullo svolgimento del summit. Un’enorme turbina a vento dall’elica di 123 metri accoglie i partecipanti all’entrata del Bella Centre, ad dimostrare l’impatto zero di CO2 dell’area in cui si svolgono i lavori. La fornitura di energia elettrica è totalmente ricavata dal vento che, senz’altro, in Danimarca non manca. Tutta la città, leader “verde” in Europa, vive in funzione di questo evento, ed è completamente vestita di pubblicità, moniti e slogan per la salvaguardia del Pianeta e la riduzione dell’impatto ambientale. Ed ha ieri ricevuto da Roma l’appello di Papa Benedetto XVI, a stili di vita sobri «rispettosi del Creato, del Pianeta e delle generazioni future».Greenpeace si presenta all’aeroporto di Kastrup con gigantografie che riportano i volti invecchiati dei principali presidenti. Una Merkel, un Lula, un Sarkozy e un Obama che, con 11 anni e molti capelli bianchi in più, dicono “Ci dispiace, quando potevamo fermare la catastrofe del cambiamento climatico, non abbiamo fatto niente”. E poi chiama all’azione “act now!”, agisci adesso per cambiare il futuro. Un mantra perenne si ripeterà durante questi giorni: ridurre l’emissione di CO2, principale agente causa del vertiginoso riscaldamento del Pianeta. Agire prima del 2015. Ma già dal il 2012 dovranno essere stanziati almeno 10 miliardi di dollari all’anno per sostenere i paesi poveri che sono le principali vittime degli effetti del cambiamento climatico. Nella giornata di domenica il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon si è detto ottimista e fiducioso che un accordo verrà raggiunto e che sarà un patto storico.
Il margine di tolleranza, sostengono molti esperti, è solo di 2 gradi, e poi verrà superato il punto di non ritorno. Lo sanno bene i popoli indigeni del mondo, dagli Inuit dei ghiacci artici, agli Huaorani della foresta amazzonica, dai Masai dell’Africa sub sahariana ai quechwa delle Ande. Si sono trovati il 5 e il 6 dicembre in un forum preparatorio, per definire le loro richieste di fronte ai governi, in qualità di conoscitori millenari degli equilibri della Terra e primi a subire le conseguenze degli attuali stravolgimenti. Con loro prenderà oggi il via anche un summit parallelo, il KlimaForum 09, sottotitolato “il summit sul clima della gente”, fatto da attivisti, Ong e società civile, contadini e popolazioni indigene in delegazioni da tutto il mondo.
Il grande atteso è però il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che viene con la proposta di riduzione delle emissioni negli Usa del 17% entro il 2020. Molti dei giochi sono in mano anche alle grandi potenze emergenti, Cina, India ma anche Brasile, che si ritengono le nazioni meno colpevoli della febbre del Pianeta e non vogliono frenare lo sviluppo attualmente in corso. La Cina si presenta con l’impegno a tagliare del 40-45% le emissioni entro il 2020, mentre l’India si impegna a tagliare del 20-25% entro il 2020 il Co2. Tutti buoni propositi, che devono fare i conti con relative conseguenze economiche, le stesse che hanno sempre avuto la meglio quando si è parlato dei grandi problemi del mondo. Ma stavolta, è il caso di dirlo, la Terra siamo noi. di Diletta Varesa Il Messaggero
Il protocollo di Kyoto è l’accordo firmato nella città nipponica l’11 dicembre 1997 che impone una riduzione pari al 5% delle emissioni di emissioni inquinanti. Il protocollo, base per gli attuali colloqui di Copenaghen, è stato firmato da oltre 160 Paesi nel mondo. Gli Usa, tuttavia, hanno firmato il documento (all’epoca di Bill Clinton) ma poi rifiutato di ratificarlo (quando alla Casa Bianca è entrato George Bush). L’India e la Cina, che hanno ratificato il protocollo, non sono tenute a ridurre le emissioni di anidride carbonica, nonostante la loro popolazione relativamente grande.
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