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Il giornalismo non sta attraversando un bel periodo. Una crisi finanziaria che forse rappresenta solo l’ultimo atto di una crisi d’identità ancor più preoccupante. Ognuno deve fare, prima o poi, i conti con se stesso, la propria natura ed il proprio tempo. Il giornalismo ha rinunciato al compromesso, arroccandosi in una posizione di protezionismo, un martirio forzato, dal quale necessariamente bisogna allontanarsi. Dapprima perchè si tratta di un elemento irrinunciabile di ogni democrazia, ma soprattutto perchè l’indipendenza economica è insieme presupposto e garanzia della vitalità e pluralità dell’informazione.
Se le scelte operative, tra cui il rifiuto aprioristico dell’online, hanno determinato la crisi strutturale, la difesa ostinata della propria autorità, da cui dipendono tali scelte, si rivela una chiusura forzata che ne preclude ogni risoluzione futura. Il giornalismo non è più attuale. Perchè? I motivi sono molteplici, cercherò di elencarli brevemente.
Internet e la nuova opinione pubblica
Prendo spunto innanzitutto da un’interessantissima analisi sulla stampa politica americana di Jay Rosen (consiglio di leggere attentamente l’articolo). Fino ad ora la stampa politica ha definito “la sfera del legittimo dibattito”, lo spazio della quotidianità all’interno del quale operano i giornalisti. In generale si può dire che la sfera d’influenza dei giornali si estende all’intera programmazione editoriale, alle notizie che finiscono in prima pagina. Questo in passato, in parte ancora oggi, avveniva perchè le persone erano collegate direttamente al Grande Media, ma non tra di loro. La rete ha dato vita ad una socialità in grado di mettere in contatto le persone e creare una nuova opinione pubblica autoalimentata, indipendente dall’informazione verticale della stampa, autonoma. Quel mondo informale, a volte anarchico della blogosfera, ed ora dei social network, definito dai giornali come “la stanza dell’eco” per delegittimarne l’affidabilità.
Internet e la sovraesposizione
Se da un lato Internet indebolisce l’autorità della stampa a causa (ma io direi grazie) della democratizzazione delle fonti e della circolazione delle opinioni, dall’altro la sovraesposizione determina una naturale svalutazione dei contenuti. In ogni mercato, se l’offerta supera la domanda, il prezzo crolla. Ed è quello che sta succedendo al mercato dell’informazione oggi. Non è detto che il valore dei contenuti ne risenta ma è necessario ripensare a modelli di business in grado di adattarsi ad un’ambiente in cui il lettore non è più disposto a pagare per ottenere informazione. Come dice Mauro Lupi, “è ciò che sta avvenendo. Che ci piaccia o no.”
Internet e la diversità dei contenuti
Un po’ di tempo fa Steve Outing ha redatto un endecalogo di consigli rivolto agli amministratori dei giornali americani per facilitarne la transizione al digitale. Tra questi la necessità di dare priorità al digitale e di evitare l’adattamento della carta stampata alle nuove generazioni, ormai inevitabilmente digitali. La rete non è più avvertita come qualcosa di estraneo o come un semplice mezzo di comunicazione, ma come una parte attiva, remunerativa, gratificante nell’esperienza quotidiana. Impone un cambiamento degli stilemi narrativi, delle abitudini di lettura a cui non ci si può sottrarre.
Il giornalismo deve poter esprimere competenze differenti, deve essere in grado di mettersi in discussione, ripensare il proprio ruolo in maniera informale. Deve saper sfruttare le opportunità della rete, dai video, ai social network, ai blog, al citizen journalism, per elencarne alcuni. Deve saper scendere dal piedistallo su cui ha forgiato il proprio prestigio per partecipare alla conversazione, ancor prima di pretendere di esserne l’ago della bilancia. Bisognerà avere l’umiltà di riconoscere che in rete c’è sempre qualcuno che ne sa più di noi. Ma per questo, probabilmente, ci vorrà ancor del tempo.
Alla prossima per alcuni consigli che la blogosfera può dare al giornalismo.
Foto | Flickr
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